Alcune vengono colpite per aver commesso adulterio, altre senza alcun motivo, perché il marito magari vuole divorziare e non trova altro modo di sbarazzarsi della sposa "ingombrante", altre ancora per sbaglio, nel tentativo di proteggere un'altra persona o scambiate per errore per la vittima

Vi racconto l’inferno delle donne ustionate dall’acido

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Articolo di Sara Ficocelli pubblicato su Donne Repubblica il 10 marzo 2015

Dal Bangladesh all’India al Pakistan alla Cambogia (con casi sempre più numerosi in Europa, anche in Italia), l’universo delle donne ustionate dall’acido è tanto variegato quanto terrificante. Ne abbiamo parlato con Paolo Morselli, medico chirurgo, professore dell’Università di Bologna, conosciuto anche per le sue missioni umanitarie con l’associazione da lui fondata, Interethnos Interplast Italy Onlus

Alcune vengono colpite per aver commesso adulterio, altre senza alcun motivo, perché il marito magari vuole divorziare e non trova altro modo di sbarazzarsi della sposa “ingombrante”, altre ancora per sbaglio, nel tentativo di proteggere un’altra persona o scambiate per errore per la vittima. Dal Bangladesh all’India al Pakistan alla Cambogia (con casi sempre più numerosi in Europa, anche in Italia), l’universo delle donne ustionate dall’acido è tanto variegato quanto terrificante. Ne abbiamo parlato con Paolo Morselli, medico chirurgo specialista in chirurgia plastica ricostruttiva ed estetica, professore dell’Università di Bologna, conosciuto anche per le sue missioni umanitarie nei Paesi in via di sviluppo grazie all’associazione da lui fondata, Interethnos Interplast Italy Onlus (3i), che ha operato oltre 10mila persone disagiate in tutto il mondo (www.3ionlus.org). Di donne sfigurate, in quasi 30 anni di missioni in 20 Paesi, Morselli ne ha operate centinaia, restituendo loro la possibilità di usare le mani per lavorare, o la vista, o la possibilità di mangiare autonomamente. E, quindi, di sopravvivere.

“La prima volta che mi sono trovato di fronte una donna sfigurata dall’acido è stato nel 1988”, racconta. “Allora ero un giovane medico e ogni giorno i miei occhi vedevano cose incredibili, mi venivano sottoposti i casi più strani, senza alcun tipo di selezione. Quell’anno mi trovavo in missione in Bangladesh, Paese poverissimo e molto più arretrato di adesso, al quale io sono particolarmente affezionato e dove torno spesso con la mia équipe di volontari per aiutare i pazienti più disagiati. Ricordo che, quel giorno, mi avevano portato una donna col capo coperto da un velo: si vedeva solo una riga finissima, quella degli occhi. Sollevato il velo, una orribile cicatrice ricopriva tutto il suo volto. Le mani, parti del corpo, tutto era sfigurato, stravolto da questa cicatrice tremenda. A quel punto, per prassi, chiesi come era accaduto il fatto, facendomi aiutare da un traduttore locale. Molte domande, poche e frammentate risposte. La versione ufficiale era che la donna era “caduta”. Non si voleva insomma far sapere nulla dell’origine di quella cicatrice, ma io avevo capito che c’era qualcosa di strano”.

L’aggressione da acido, spiega Morselli, ha, del resto, caratteristiche particolari, che la rendono unica e inconfondibile rispetto all’ustione da acqua calda, o da folgorazione, o da fuoco. “È la brutalità della cicatrice a colpire. Un buon medico sa riconoscerla. Di solito per l’aggressione viene usato l’acido delle batterie, facilmente reperibile, o quello solforico, normalmente usato anche per le pulizie. In primis viene colpito il viso, perché è scoperto, e le motivazioni sono le più varie. “Tu non mi vuoi più, e io ti distruggo la vita” è una delle più frequenti. E badi bene: succede anche da noi, non solo in Asia meridionale”.

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